Correva l’anno 1966 quando fu istituita la Riserva di caccia di Gonars, nella forma in cui la conosciamo oggi, mentre fino ad allora il territorio di caccia del nostro Comune era gestito da una riserva consorziale, che comprendeva diverse realtà comunali mentre una parte del territorio la caccia era libera. Oggi per poter cacciare sui terreni della Riserva è necessario essere socio regolarmente iscritto e versare una quota annuale, che va ad aggiungersi a quella richiesta dalla Regione.
L’attività venatoria è disciplinata dalla legge n.157/92, che sostituisce tutte le precedenti e comprende le norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, nel rispetto dell’ambiente e dello sviluppo delle attività agricole, partendo dal presupposto che la fauna selvatica costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale.
Tali norme, di fondamentale importanza per la protezione della selvaggina in un ambiente fortemente antropizzato come il nostro, rappresentano il punto d’arrivo di un lungo processo di cambiamento attraverso i secoli, che ha interessato la legislazione venatoria, dal momento in cui il cacciare non è rientrato più fra i diritti naturali dell’uomo, come accadeva nelle società primitive, dove la caccia era un mezzo indispensabile per procacciarsi il cibo indispensabile alla sopravvivenza. Ancora nel periodo romano la caccia era libera e la selvaggina, considerata “res nullius”, apparteneva a chi ne entrava in possesso per primo. Fino ad una certa epoca l’agricoltore poteva solo proibire a terzi l’accesso nei suoi fondi, ma non aveva alcun diritto sulla selvaggina. Fu in epoca carolingia che gli animali selvatici vennero ritenuti “regalia”, ovvero pertinenza del sovrano e di quanti (feudatari, nobili, esponenti di spicco delle varie comunità) avevano ottenuto dal re la concessione a catturare. Ovviamente in cambio di denaro o di piccole prestazioni di vario genere si poteva ottenere il diritto di cacciare su tutto o una parte del territorio assegnato. Ad esempio in Provenza (Francia) per ogni cinghiale abbattuto si doveva consegnare la lingua al feudatario locale. Fu la Rivoluzione francese, in nome dei principi di uguaglianza sanciti dalla Dichiarazione dei diritti del cittadino del 4 agosto 1789, ad abolire il privilegio, dapprima riconducendo la caccia
all’originario diritto individuale esercitabile da chiunque, purché nel rispetto della proprietà terriera e, in seguito, sottoponendo la caccia ad alcune limitazioni di tempi, modo, condizioni e luoghi.
Per quanto riguarda la nostra Regione fino al 1923 essa fu sottoposta alla legislazione austriaca, che interessava anche il Trentino Alto Adige e fu solo in epoca fascista che finalmente l’Italia poté disporre di una disciplina unica, valida per tutta la Penisola, frutto di accordi e compromessi fra le varie regioni e sistemi fondamentalmente diversi, radicati da secoli nel nostro Paese. Fu, tuttavia, la legge-quadro del 1977, che modificò radicalmente il mondo della caccia, trasformando la selvaggina da “res nullius” a disposizione, quindi, di tutti, in “res communitatis”, ossia proprietà dello Stato, che deve tutelarla nell’interesse di tutti e non solo dei cacciatori.
Al di là delle modifiche che hanno interessato la legislazione venatoria, è indubbio che, rispetto a 50 anni fa, molte cose sono cambiate, per quanto la passione sia rimasta immutata in coloro che praticano l’”ars venandi”. Innanzitutto vi è stato un vero e proprio stravolgimento dell’ambiente naturale. Allora la gestione del territorio era molto oculata e l’agricoltura non era intensiva; la collaborazione tra mondo agricolo, costituito per la maggior parte da modesti coltivatori, che coltivavano piccoli appezzamenti, e cacciatori, che spesso erano
le stesse persone, perché l’attività venatoria era molto diffusa e si tramandava di padre in figlio, era molto stretta. Vi era un utilizzo limitato dei prodotti chimici, tra l’altro molto costosi, e lo sfalcio a mano prevedeva una cura per la selvaggina accurata, che contribuiva alla collaborazione tra mondo agricolo e quello venatorio. L’introduzione della tecnologia per la lavorazione dei campi, lo sfruttamento intensivo, la monocoltura e l’introduzione di potenti pesticidi e diserbanti, ha inevitabilmente compromesso l’habitat naturale.
In questo modo diverse specie selvatiche, quali starne, cesene e quaglie, che un tempo erano molto diffuse sul nostro territorio, oramai sono scomparse, o meglio rimangono un pezzo di storia nella memoria e nei racconti dei cacciatori più anziani della riserva, che partivano liberamente al mattino a caccia e rientravano la sera con un carniere di specie selvatiche, che ormai possiamo ritrovare solo sulla tavola di qualche ristorante prestigioso, che importa queste specialità dall’estero.
In occasione del 50° anniversario di costituzione della Riserva di Gonars che, rappresenta in ogni caso un pezzettino di storia della nostra comunità, vorremmo condividere con tutta la comunità questa ricorrenza, ricordando tutte le persone che hanno contribuito personalmente alla gestione della nostra associazione in tutti questi anni. Un ringraziamento particolare va sicuramente ai Direttori: il primo in carica fu Ioan Ido dal 1966 al 1974, che gettò le basi per gli anni futuri, lo seguì Milocco Giovanni dal 1974 al 1976, Vallan Enzo dal 1976 al 1983, successivamente venne rieletto Milocco Giovanni dal 1983 al 1991, che lasciò le redini per un lunghissimo periodo (il suo è il mandato più lungo fino ad ora) a Cecotti Gabriele, rimasto in carica fino al 2008, quando passò il testimone all’attuale Direttore in carica Francioni Alberto.
50 anni di attività sono tanti: vorremmo ricordare con voi tutte le iniziative che la nostra associazione ha portato avanti, ma nell’impossibilità di enumerarle tutte, ricordiamo in primis la collaborazione con l’Amministrazione comunale, che negli anni si è sempre mantenuta ed, anzi, si è via via rafforzata, le attività di miglioramento ambientale, la gestione informativa e formativa sul territorio per tutti i cittadini, le attività di divulgazione scientifica con i bambini e i ragazzi nelle scuole, le attività di controllo e gestione sul territorio, le manifestazioni sociali ed, infine, la gestione della casetta dello zio Tom, che rappresenta un importate punto di rifermento per la nostra associazione e per tutta la comunità. Non dimentichiamo il gemellaggio storico con la famiglia di caccia di Vhurnika, che quest’anno festeggia il 60mo anniversario di costituzione.
Roberto Ronutti

