Il nostro ricordo di Edoardo Ferigutti, per tutti el “Nuti”.

 

Claudio Giuseppe Milocco

È sempre difficile trovare le parole per rendere un saluto ad un amico che ci lascia per sempre e che è “andato avanti”, come anche amano dire con una bellissima espressione gli Alpini. Ma quasi sempre, e soprattutto, quando si tratta di una persona semplice, laboriosa, cordiale e per sua stessa indole anche molto legata alla gente e all’ambiente in cui ha a lungo vissuto – e che poi a questo ambiente ha sempre manifestato la propria sincera gratitudine per quanto le è stato offerto – questo addio, seppur triste per il dolore del momento, si trasforma in serenità e in affetto per i tanti ricordi e i momenti vissuti di cui poter ancora parlare insieme. È proprio così che desideriamo salutare e ricordare Nuti, che ci ha lasciato poco tempo fa, a maggio, in punta di piedi, circondato dall’affetto della sua famiglia e nell’abbraccio della sua casa, come aveva sempre desiderato.  Mi diceva poco tempo fa di essere rimasto il maschio più anziano del paese, classe 1930, ma di essere ancor di più orgoglioso del suo primato come “più vecchio cacciatore” della riserva di Gonars, dall’alto dei suoi 75 anni di esercizio venatorio (il suo primo giorno di caccia ufficiale è infatti a 16 anni, il giorno di ferragosto del 1946), anche per il fatto di aver trasmesso questa antica passione al figlio Andrea, come Nuti, appassionato allevatore di Setter inglesi. Proprio qualche anno fa, in occasione della pubblicazione del libro sulla Riserva di caccia di Gonars ho raccolto con piacere, e a più riprese, in una lunga intervista, i suoi ricordi di cacciatore e la sua minuziosa testimonianza di tanti eventi legati non soltanto alla sua passione per la caccia ma a vari momenti della sua vita. Gonarese di nascita e ontagnanese di adozione, a seguito del suo trasferimento in paese nel 1962 dopo il matrimonio con Vanda Zoratti, Nuti – nel raccontarmi gli anni della sua infanzia e della sua adolescenza in quel di Gonars  – mi ha a lungo parlato di un mondo fatto di difficoltà, ma di grandi spazi aperti e della armonia di un paesaggio pulito, ancora “in bianco e nero”, che oramai non esiste più, se non rinvenibile in alcune aree non coltivate dei Comunali e sicuramente ancor di più nella memoria e nella esperienza di vita dei suoi coetanei o di quelli un poco più giovani, o anche forse in qualche sfuggevole lampo di memoria infantile di quelli come noi nati tra gli anni ‘50 e ‘60… Provo allora a riproporre qualche passo e qualche memoria di quella lunga intervista…   Innanzitutto i primi ricordi venatori e gli anni difficili vissuti dalla sua generazione: “…iniziai a sparare con la doppietta di mio padre che avevo si e no undici anni, nel cortile di casa nel Bòrc Disòre, in Via Montegrappa, con le cartucce con i pallini da 10, aspettando che qualche gruppetto di passeri si posasse sul nostro albero di fichi.  A quei tempi una cosa del genere – che al giorno d’oggi provocherebbe sconcerto nell’opinione pubblica, oltre a denunce a non finire – passava invece del tutto inosservata, anche tra i vicini di casa.  E poi, tutto ciò che si prendeva o si catturava finiva immediatamente in pentola e costituiva il pranzo o la cena della giornata… Erano anni molto difficili, con la Seconda Guerra Mondiale terminata da appena un anno, insieme a tutte le sue tragedie e disgrazie, e nei nostri paesi allora c’era tanta fame e una profonda miseria tra la popolazione. Ognuno in quegli anni si arrangiava come poteva e per moltissime famiglie, come del resto la mia, l’andare a caccia costituiva un valido aiuto al sostentamento quotidiano. C’era tantissima selvaggina e nelle vaste campagne e nelle zone paludose che circondavano Gonars potevi trovare svariate specie, ed in quantità notevole, come beccacce, beccaccini, voltolini, germani reali, alzavole, marzaiole, gallinelle d’acqua, folaghe e ancora, quaglie, lepri e pernici.  … ed erano infatti in molti i compaesani che dopo aver lavorato una intera giornata, o addirittura all’alba prima di andare al lavoro, uscivano nei campi vicini o nella vicina palude per tornare già subito dopo a casa con qualche piccola preda da consegnare alle donne in cucina… e adesso sorrido se penso che allora non c’erano frigoriferi in casa per la conservazione della selvaggina e degli alimenti,  ma anche se ci fossero stati il problema nemmeno sussisteva perché non c’era proprio bisogno di conservare niente visto che …o mangjàvin dùt par òrdin… màn màn che si cjapàve le ròbe …  in pratica il vero frigorifero era… la nostra pancia! … in quegli anni si cacciava davvero per fame …  Di cani poi ne ho avuti tanti e come tutti coloro, cacciatori o no, che vivono a contatto con questi animali, ho dato loro e ricevuto da loro tanto affetto.  Per dirvi anche del cane di mio padre, un bracco tedesco di nome Dik dal bellissimo mantello roano… talmente sveglio e fedele al punto che partiva da casa mia dal Bòrc Disòre con la borsa di “scùs” (la classica borsa che tutti avevano in casa e che era fatta intrecciando le bratteè, appunto le bucce delle pannocchie) che mio padre gli metteva in bocca, e poi andava tranquillo fino in Via Molini dove c’era il panificio di Umberto Candotto, per tutti  “Bèrto Mulinàr”, tenendo stretti i manici della borsa di “scùs” tra i denti e con dentro il biglietto con la comanda e i soldi… poi tornava indietro tranquillamente al passo, attraversando Piazza Giulio Cesare fino a casa in “Borc Disòre”, portando la borsa con dentro il pane fresco, senza nemmeno permettersi di toccarlo… era uno spettacolo a vedersi… Anche Nuti poi, come tanti altri nei nostri paesi, nei primi anni ’50 ha dovuto emigrare in cerca di lavoro che qui purtroppo non si trovava. … Andai in Belgio per circa tre anni e mezzo, dal 1955 al 1958, come minatore e prima di partire dovetti vendere il mio cane da caccia e mi dispiacque davvero molto. Me lo comprò Gino Olivo di Palmanova che aveva un negozio di abbigliamento e con quanto ricavato comprai dei pantaloni e delle camicie nuove da portare con me in Belgio. Le condizioni di lavoro in miniera e di vita erano molto dure e non ci trattavano bene. Ero nel Bacino minerario di Centro, uno dei 5 Bacini carboniferi del Belgio, adiacente a quello di Charleroi, a circa 25 km da Marcinelle dove proprio nel 1956 accadde la tragedia ed il disastro della miniera di carbone con i 262 morti di cui la metà italiani. Con mio fratello e altri italiani, minatori come me, ricordo che prendemmo il treno e andammo anche noi a Marcinelle per aiutare non appena giunse la tremenda notizia.   Tra le tante cose raccontatemi nell’intervista, Nuti mi aveva anche riferito di essere ormai l’ultimo rimasto in vita del gruppo di operai ingaggiato ai tempi dal Comune di Gonars in occasione dell’opera di riesumazione dei poveri resti degli internati deceduti nel campo di concentramento di Gonars, riesumazione effettuata ben due volte, prima dalle fosse scavate ai margini del sito del campo al cimitero di Gonars e poi, sempre da questo, per la definitiva sistemazione nei sacelli del nuovo Sacrario memoriale realizzato a metà degli anni 70. Ci teneva tanto a rimarcare la precisione e il rigore con cui, durante quelle penose operazioni, erano stati stilati gli elenchi di identificazione e numerazione delle fosse e dei nominativi.  Del lungo periodo in cui poi Nuti ha poi lavorato come muratore in squadra con mio padre Almo, e di cui mi ha riportato tanti episodi e aneddoti, mi fa piacere unire a queste righe una vecchia fotografia che li ritrae presso un cantiere di Gradisca d’Isonzo insieme al compaesano Benito. Pur nella sua tranquilla riservatezza Nuti è sempre stato un gran sostenitore e un assiduo partecipe delle tante iniziative che abbiamo avuto negli anni a Ontagnano, sempre vicino alla comunità di cui è entrato a far parte e sempre entusiasta per tutti i momenti di incontro organizzati in paese… non ricordo personalmente mai una parola astiosa o di critica … ricordo piuttosto i suoi continui incoraggiamenti nel suo modo tipico di esprimere il proprio compiacimento …”fruts, o ves fàt ben, o fasès bèn, braòs! Naturalmente sempre utilizzando il termine “frùt” che lui era abituato a dispensare indistintamente sia ai frùts, quelli veri, anagraficamente parlando, sia a quelli che ormai hanno raggiunto la seconda decade degli ‘anta, come il sottoscritto e gli altri tanti amici… Ricordo poi il suo impegno ultradecennale, insieme a tutta la sua famiglia, come anche molte altre in paese, per la mitica Sagra delle pesche, per anni insuperata kermesse della bassa friulana di inizio luglio. Era uno dei protagonisti dello stand “Ontagnano Mare” dove, tra nuvolette di farina e fritture di pesce e calamari, si occupava della logistica dello stand.  Non ha poi mai perso l’occasione di essere presente assieme a Vanda anche nelle manifestazioni del nostro gruppo Alpini, a quelle della nostra Parrocchia e a quelle della Associazione “Insieme”. Lo ricordiamo ancora poi al fianco di noi portatori della statua della Madonna del Perdòn, sempre pronto in aiuto con i cuscini da sistemare sulle spalle…  Credo sia questo il modo migliore per salutarlo con queste semplici immagini di vita paesana, perché a queste cose e a questi momenti di incontro Nuti teneva tantissimo. Nel giorno del commiato, nonostante la tristezza della circostanza ho visto tanti sorrisi e tanta affettuosa partecipazione in occasione della bicchierata conviviale di saluto davanti alla sua casa, con gli amici cacciatori e quelli del paese ed è sembrato di averlo come sempre presente. Mandi Nuti, ti ricordiamo davvero con amicizia e affetto e ti immaginiamo altrove, in altre grandi praterie assieme a Quent, la tua giovane Setter prediletta.